Niente è come sembra

  

 Gustave Moreau – Edipo e la Sfinge (1864) Metropolitan Museum of Art-New York

“Io credo soltanto in Dio. Non credo né a ciò che tocco né a ciò che vedo. Credo solo a ciò che non vedo, a ciò che sento. Il mio cervello e la mia ragione mi paiono effimeri, di una realtà dubitabile. Solo il mio sentimento interiore mi sembra eterno e incontestabilmente sicuro.”

Gustave Moreau (Parigi, 6 aprile 1826 – Parigi, 18 aprile 1898) pittore francese. Fu precursore di Simbolismo e Surrealismo.

Nell’universo c’è il silenzio assoluto. È’ il nostro cervello che trasforma le onde elettromagnetiche in immagini e suoni.

TonyM – 17 Agosto 2015

Il pensiero discorsivo è distrazione

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da Dipinti di arcobaleno di Tulku Urgyen Rinpoche:

“Se perdiamo la presenza cominciamo a vagare nella ‘nera dissipazione’ delle ordinarie e abituali forme mentali. […] Dobbiamo accorgerci quando siamo distratti: il pensiero discorsivo è distrazione, ma, quando ne riconosciamo l’essenza, arriviamo alla condizione senza pensieri. […]

Nel momento in cui ci accorgiamo di distrarci, pensiamo: «Sto cominciando a divagare»; riconoscendo l’identità di chi si è distratto, automaticamente ritorniamo al punto di vista. Ricordare è come il momento in cui si preme l’interruttore, quando la luce è accesa non c’è bisogno di continuare a premere. Dopo un po’ di nuovo dimentichiamo e ci allontaniamo: a questo punto dobbiamo ricorrere di nuovo alla presenza deliberata.

[…] Anzitutto si applichi il metodo: quando si entra nello stato naturale [cioè lo stato di non distrazione] lo si lasci semplicemente continuare. Naturalmente, dopo un po’, l’attenzione comincia di nuovo a scomporsi e possiamo non accorgerci della distrazione, poiché è spesso molto sottile e arriva di soppiatto, come un ladro. Ma quando ce ne accorgiamo, dobbiamo far funzionare la presenza e rimanere in una condizione naturale. Questo stato naturale è la presenza senza sforzo.

È importante, a questo punto, un senso di naturale continuità e fluidità. Se si suona una campana, il suono si propaga per un po’ di tempo e il riconoscimento durerà un certo tempo. […] Quando riconoscete l’essenza della mente, lasciate che semplicemente sia, lasciatela com’è e il riconoscimento durerà per un po’. Questo si chiama ‘sostenere la continuità’. Non elaborare significa non abbandonare la continuità.

Il più grande ostacolo alla pratica è la distrazione. Proprio nel momento in cui si riconosce l’essenza della mente si vede che non c’è nulla da vedere. […] Quando la si riconosce, la si lasci semplicemente com’è, senza interferire o modificare: questo si chiama non elaborare. Quando perdiamo la continuità, siamo distratti, trascinati via dai pensieri. […] Perdere la continuità significa essere distratti, che a sua volta in pratica significa dimenticare. […] Proprio nel momento in cui dite: «Ho perduto il punto di vista [un altro modo per indicare la presenza], mi sono distratto», di nuovo riconoscete, e immediatamente contemplate la vacuità. A questo punto lasciate così com’è, senza ansia o paura, che sarebbero solo altri pensieri. Da dove è venuto il pensiero? Non è altro che espressione della consapevolezza. La consapevolezza è vacuità, la sua espressione è il pensiero.

[…] L’essenza è di per sé completamente libera dal pensiero concettuale, eppure, nello stesso tempo, la sua espressione è il pensiero concettuale. Non fissate la vostra attenzione sull’espressione: riconoscete, piuttosto, l’essenza. In questo modo l’espressione non ha il potere di sussistere, ma semplicemente crolla o si riassorbe nell’essenza.

[…] È molto importante […] che ricordarsi di riconoscere e il riconoscere siano simultanei, senza che tra i due momenti trascorra il benché minimo lasso di tempo. […] Proprio nell’istante in cui guardiamo vediamo che non c’è nulla da vedere, lo vediamo nell’istante stesso in cui guardiamo. Nel momento in cui vediamo, c’è libertà dai pensieri”

Abbiamo iniziato con la consapevolezza del respiro.

Successivamente un nuovo esercizio. Da seduti nella solita posizione: lasciamo che la mente segua il suo corso. Accorgiamoci semplicemente dei momenti di movimento (pensiero) e di stabilità (non pensiero). Non deve intervenire un giudizio del tipo: “Ora penso”, “Ora non penso”. Anche “Ora non penso” è un pensiero. Deve essere invece un puro accorgersi, un naturale prendere atto.

“Il pensiero discorsivo è distrazione” (Tulku Urgyen Rinpoche)

Tulku Rinpoche Urgyen è nato a Nangchen , in provincia di Kham , Tibet orientale, nel 1920. Ha iniziato la pratica della meditazione alla tenera età di quattro anni, quando ha frequentato gli insegnamenti del padre, Chime Dorje,

Perdona-ti


La cosa più difficile nella vita non è perdonare, ma perdonarsi .
Perfino mafiosi, macellai di bambini, che oltraggiano la vita vengono perdonati;
percio’ fatti un regalo …. perdonati! sarai vivo non l’ombra di quello che potresti essere.Perdonati per non avere …….perdonati per non essere…….

La capacità di perdonare dipende dalla capacità di perdonarci.

Perdonarsi per ricominciare
In un’epoca di sfiducia e di conflitti dentro e fuori di noi, che senso può avere parlare di perdono? E soprattutto in che misura questa parola così carica di Vangelo può risuonare anche per chi è lontano dalla fede?

di Giulia Cananzi

Viviamo in tempi di grandi conflitti, dalla politica al pianerottolo di casa: di qua il centrodestra e di là il centrosinistra, di qua i cattolici e di là i laicisti, di qua i tradizionalisti con la messa tridentina e di là i modernisti con le chitarre e le danze africane, di qua l’Occidente e di là l’Islam, ma anche di qua l’Inter e di là la Roma, di qua noi e dall’altra l’inquilina del piano di sopra che continua a far gocciolare il bucato sulle nostre piante. L’importante è aggredirsi, escludersi a vicenda, gridare le proprie ragioni in faccia all’altro. La rabbia rimbalza nei programmi televisivi, diventa rissa perché fa audience. Litigano i fidanzati e i parenti, le veline e le vecchie glorie, i politici e gli opinionisti. E il copione è sempre uguale. In questa gazzarra può sembrare ingenuo parlare di perdono, di riconciliazione. Che senso ha tirare fuori dal cassetto un tale concetto proprio in una fase così faticosa e incerta della nostra storia? E soprattutto in che misura la parola «perdono», così carica di Vangelo, può risuonare anche per chi è lontano dalla fede?«Io credo che il concetto di perdono possa parlare di nuovo a tutti a prescindere dalla fede – afferma Marco Guzzi, saggista, conosciuto al grande pubblico come conduttore di programmi di Radio-Rai, ideatore di percorsi di liberazione interiore tra cui uno sul perdono e il perdonarsi –. L’importante è comprendere che il perdono prima di riferirsi alla necessità di perdonare gli altri per il male che ci hanno fatto, allude a uno stato di integrità e di sanità che riceviamo noi per primi. Siamo noi che ricevendo il perdono e perdonandoci possiamo finalmente essere noi stessi, liberarci dalle nostre lacerazioni interiori, e quindi da gran parte delle nostre sofferenze».
Schiavi del senso di colpa

Insomma la capacità di perdonare dipende dalla capacità di perdonarci?

«Certamente – conferma Guzzi –. Qual è infatti la nostra peggiore colpa, quella che ci pesa di più sul cuore? Non è forse proprio la colpa di tradire noi stessi, di perderci per sentieri scelti da altri, di smarrire il filo della nostra vita? Non soffriamo un po’ tutti di questo senso di estraneità rispetto alle cose che facciamo, al lavoro che svolgiamo, alle tante relazioni senza anima che siamo costretti ad intessere ogni giorno? E la nostra società tecnica e mercantile non fa poi di tutto affinché ci perdiamo nel suo labirinto di specchi, di fantasmagorie, di microgratificazioni: dal gelatino al wurstel, dal viaggetto alle Maldive fino all’automobile presa a rate? E allora parlare oggi di perdono significa innanzitutto ricordarci che è possibile uscire da questi labirinti dell’alienazione, significa incominciare a chiederci con grande umiltà e concretezza: ma la vita che sto conducendo è proprio ciò che desidero vivere? Poi, risanati, saremo anche in grado di controllare la nostra aggressività e di perdonare gli altri».

Perdonarci significa insomma avviare un processo di profonda revisione delle nostre priorità. C’è però in noi la sensazione di essere dentro un sistema di cui magari non condividiamo le regole ma da cui non sappiamo o possiamo sottrarci. La vita ha i suoi ritmi sferzanti, la politica collassa, gli squilibri economici mondiali e le crisi internazionali seminano paura e incertezza. Scricchiolano i punti di riferimento di un tempo: la famiglia, il lavoro stabile, la solidarietà. Mentre crolla la fiducia nelle istituzioni. L’Eurispes riporta dati allarmanti: un italiano su due non si fiderebbe della politica, delle forze dell’ordine, dei sindacati e persino della Chiesa. Una crisi di senso che non è solo italiana se 58 mila europei si suicidano ogni anno. Siamo al capolinea?

«È vero, siamo a un punto di svolta, ma anche di fronte a una grande possibilità di cambiamento – replica Guzzi –. Fino ad oggi il maggior pericolo per l’esistenza dell’uomo è stato individuato in alcuni fenomeni planetari come l’insotenibilità ambientale, i cambiamenti climatici o gli squilibri spaventosi della globalizzazione economica. Nessuno ha mai sottolineato abbastanza l’insostenibilità psicologica ed esistenziale in cui stiamo precipitando. Il mondo contemporaneo è lontano dalle nostre reali esigenze, perché è divenuto ormai l’insieme di tutte le nostre vite alienate, di tutti i nostri progetti impropri e assurdi, di tutto ciò che non dovremmo essere. E così, le nostre vite personali, i nostri orari di lavoro, la nostra solitudine urbana, il deserto relazionale che cresce, l’immiserimento delle nostre comunicazioni stanno assumendo caratteri allarmanti di insostenibilità. La grande novità e opportunità del nostro tempo è che le persone vivono una grande pressione sulla propria pelle. In cuor loro percepiscono che così non si può andare avanti».
Una crisi di crescita

Aria nuova. Chi apre le finestre al perdono rigenera la vita, la colora di nuove relazioni. Foto: Donatello Brogioni/Contrasto

Aria nuova. Chi apre le finestre al perdono rigenera la vita, la colora di nuove relazioni. Foto: Donatello Brogioni/Contrasto

Ciò significa che il punto di maggior crisi può anche diventare l’occasione per ritornare a noi stessi, per superare la colpa di essere vissuti lontano da noi, per riconquistare la capacità di perdonarci e di perdonare gli altri. Indispensabile è però capire che quella che stiamo passando è una crisi di crescita. «Stiamo uscendo da un lungo ciclo, il più infantile della storia del pianeta, che, se ci pensiamo bene, era scandito da guerre continue e funestato da ingiustizie e crudeltà maggiori di quelle che vediamo oggi. Accettare di attraversare una crisi profonda è l’unica via per crescere, per cambiare. È il pedaggio inevitabile per qualsiasi avanzamento significativo. In questo senso Benedetto XVI ha dato inizio al suo discorso a Subiaco, nell’aprile del 2005, con queste parole: “Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità per tutti noi”».

Resta il problema di che cosa fare nel concreto, di che cosa ci serve per superare la crisi e contribuire al cambiamento della realtà in cui viviamo. Secondo Guzzi abbiamo bisogno di sperimentare itinerari concreti per arrivare a scoprire e ad apprezzare la bellezza della nostra integrità e capire che da essa dipende non solo la capacità di perdonare ma anche quella di farsi dono agli altri, e quindi di incidere nella realtà che ci circonda. Per farlo abbiamo bisogno di una pedagogia del cambiamento che si avvale di tre «attrezzi formativi». «Innanzitutto di chiavi culturali che ci aiutino a interpretare questo tempo come una crisi di crescita, una tappa evolutiva. Poi di lavorare su noi stessi per far affiorare le nostre problematiche personali, psicologiche, le ferite antiche che continuano a frenarci e ad avvelenarci, le tante paure che accompagnano ogni cambiamento. E abbiamo infine bisogno di pratiche spirituali, di una spiritualità più vasta aperta a tutti, per tornare ad accedere agli spazi interiori del silenzio e della pace, alla quiete mentale, alle esperienze di infinità. E questi cammini vanno offerti in modo del tutto laico, come un “pronto soccorso” spirituale, a disposizione di tutti.

Poi, chi vorrà potrà interrogarsi sulla natura escatologica e cristologica di questa fase della nostra storia. E allora splenderanno di luce mai vista le parole del cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger: “In questa nuova era il cristianesimo appare finalmente nella sua giovinezza che torna a manifestarsi”».
Psicologia

Perdonare fa bene alla salute

Il perdono non è solo un balsamo per l’anima è anche un elisir di lunga vita. Abbassa la pressione, migliora le funzioni cardiovascolari, diminuisce il dolore cronico, attenua la depressione. Lo dimostrerebbero, secondo quanto riporta il «Los Angeles Times», decine di esperimenti condotti da dieci anni a questa parte da una schiera crescente di scienziati americani, tanto che si può parlare di una vera e propria «scienza del perdono».

Msa. Come mai la scienza si occupa di un tema tradizionalmente legato alle religioni?

Perché la psicologia − risponde Stefano Pallanti, professore dell’Università di Firenze e direttore dell’Istituto di Neuroscienze − sta uscendo gradualmente da un periodo troppo positivistico che sezionava in segmenti l’esperienza umana, facendole perdere la sua complessità. Studiare il perdono ma anche la vergogna o le emozioni significa recuperare una psicologia della vita vissuta, in tutte le sue sfaccettature.

Perché perdonare è oggi così difficile?

Perché abbiamo perso la dimensione rituale, cerimoniale della vita. Un tempo il perdono era un processo che riceveva una convalida sociale e aveva delle fasi riconosciute collettivamente. Persa questa dimensione, l’individuo è solo di fronte a un’esperienza psicologica difficile. Anzi la proposta che gli viene fatta è spesso quella dell’oblio; ma se la persona per valori o tratti del carattere o anche solo per il contesto sociale in cui vive non è in grado di dimenticare, la sua incapacità di perdonare diventa perseveranza ossessiva: l’individuo continua a rimuginare sul passato, vive di rancori, si ammala.

Se perdonare è difficile, perdonarsi a volte può esserlo ancora di più.

Sono due condizioni molto diverse, anche dal punto di vista clinico. Mentre il perdono ci riporta alla dimensione della rabbia, il perdonarsi rientra nell’ambito della colpa. Di simile c’è la solitudine dell’individuo di fronte a un’esperienza psicologica complessa e dolorosa, senza più il sostegno della ritualità collettiva. E anche in questo caso la soluzione proposta è superficiale: la non assunzione di responsabilità. Ma se un individuo per cultura, per temperamento, per psicologia, tende ad assumersi le proprie responsabilità, il rischio è che ne rimanga schiacciato.

Ci può fare un esempio di terapia per superare il senso di colpa?

Ci sono molti casi in cui il malessere del paziente è legato a esperienze che il soggetto ritiene imperdonabili: tende a non parlarne, a vergognarsene, ad assumersene tutte le responsabilità.Un malessere sostenuto dalla mentalità comune secondo la quale un individuo tanto più si sente in colpa tanto più è modesto e virtuoso. Una terapia riuscita fa sì che il soggetto dia meno importanza ai propri atti, riduca la presunzione della sua colpevolezza, inserendo le proprie azioni in un contesto più ampio e realistico.

Molto spesso un eccessivo senso di colpa non è affatto espressione di modestia ma di una sopravvalutazione delle proprie azioni: l’assumersi tutte le colpe del mondo è sovente un delirio di grandezza.

C’è una tendenza di molti psicologi a studiare delle terapie brevissime; gli psicologi del perdono non fanno eccezione, tra loro c’è chi propone addirittura un percorso di due giorni. Non le sembra una forzatura?

Francamente sì. Attualmente mi trovo in America e proprio in questi giorni un gruppo di ricercatori sta sperimentando la terapia della depressione in tre giorni. Ogni processo di elaborazione ha invece bisogno dei suoi tempi per essere autentico. Perdonare significa assumere un po’ una nuova identità: chi perdona deve cercare di comprendere le ragioni dell’altro anche se non le condivide, deve poi prendere atto delle proprie debolezze e che in certe situazioni anche lui potrebbe compiere azioni spregevoli. È un lavoro duro che implica un continuo confronto tra l’offeso e l’offensore.

http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/home.asp

Il tempo non esiste

Unico caso conosciuto al mondo è quello degli Aymara, popolo indigeno del Sudamerica, che vive negli altipiani andini della Bolivia, del Perù e del Cile, possiedono un concetto del tempo reverso, localizzano il passato di fronte a loro e il futuro alle loro spalle. Dimostra il modo in cui la nostra mente integra i concetti astratti di tempo e di rappresentazioni concrete di spazio può essere influenzata da fattori culturali. 

“La fine del tempo” di Julian Barbour è  un saggio che arriva al cuore della fisica moderna (il continuo dello spazio-tempo) ma che propone anche una soluzione a uno dei più grandi paradossi della scienza contemporanea:
la distanza tra la fisica classica e la fisica quantistica.Barbour sostiene che l’unificazione della relatività generale di Einstein con la meccanica quantistica può determinare la fine del tempo.
Il tempo non avrà più un ruolo centrale nei fondamenti della fisica.
In questo testo rivoluzionario si aprono squarci affascinanti sui misteri dell’universo:
i mondi multipli, i viaggi nel tempo, l’immortalità e, soprattutto, l’illusione del moto.“…

<<Cos’è il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so…Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro.>>
Sant’Agostino

“Il tempo non esiste” è la tesi che il fisico inglese, Julan Barbour, ha sostenuto al Festival delle Scienze di Roma il 22 gennaio 2012.Barbour spiega così un universo senza tempo:<< Il passato non è oggettivo: è una cosa che esiste solo nel presente. Tutto quello che pensiamo di sapere sul passato corrisponde ad una memoria che abbiamo qui ed ora>> Come succede in un computer, per di più non è nemmeno un ostacolo il nostro invecchiare con cui ci creiamo il nostro concetto di tempo.
Sempre San Agostino riguardo al tempo scriveva:
« Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so.
Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se nulla passasse, non vi sarebbe un tempo passato; se nulla si approssimasse non vi sarebbe un tempo futuro se non vi fosse nulla, non vi sarebbe il tempo presente. Ma di quei due tempi, passato e futuro, che senso ha dire che esistono, se il passato non è più e il futuro non è ancora? E in quanto al presente, se fosse sempre presente e non si trasformasse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità… Questo però è chiaro ed evidente: tre sono i tempi, il passato, il presente, il futuro; ma forse si potrebbe propriamente dire: tre sono i tempi, il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro. Infatti questi tre tempi sono in qualche modo nell’animo, né vedo che abbiano altrove realtà: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione diretta, il presente del futuro l’attesa… Il tempo non mi pare dunque altro che una estensione (distensio), e sarebbe strano che non fosse estensione dell’animo stesso>>.
(Agostino d’Ippona, Confessiones XI, 14, 17: 20, 26; 26, 33)

Continua Barbour:
Una interpretazione plausibile e logica, anche se contraria al nostro “buonsenso”è che le particelle non siano soggette al tempo, o in altre parole, per le particelle il tempo non esiste. 



Il concetto del tempo viene concepito dagli esseri umani attraverso la metafora spaziale, gli attribuiamo cioè le caratteristiche lungo, corto, stretto e collocarlo su un asse illusorio.Tendiamo a “posizionare” il passato alle nostre spalle e il futuro d’avanti a noi.

Questa organizzazione cognitiva del tempo è (a parte una sola eccezione di cui parleremo dopo) universale sul pianeta ed è sostenuta dall’orientamento del nostro corpo nello spazio e dalla direzione normale del nostro movimento. Poiché infatti normalmente non camminiamo all’indietro, ma verso un punto davanti a noi, anche la nostra progressione nel tempo viene concettualizzata come movimento in avanti.
Se questo è vero, è possibile che il movimento del nostro corpo sia in grado di influenzare le divagazioni temporali della nostra mente? In altre parole è possibile che spostandosi nello spazio, illusoriamente o concretamente, all’ indietro si evochino più facilmente ricordi remoti, mentre spostandosi in avanti sia più facile pensare al futuro?
Lo psicologo Lynden Miles e i suoi colleghi dell’Università di Aberdeen del Social Cognition Lab hanno provato a scoprirlo reclutando 26 studenti e chiedendo loro di partecipare ad un esperimento progettato “per indagare la vigilanza in un ambiente dinamico”. I partecipanti sono stati invitati a sedersi di fronte a un grande schermo in cui veniva visualizzato un modello animato costituito da circa un migliaio di punti bianchi posizionati in modo casuale su uno sfondo nero. Per un gruppo di partecipanti, i punti si spostavano verso il centro dello schermo per simulare il movimento in avanti. Per gli altri, i punti si spostavano in direzione opposta dando l’impressione di movimento all’indietro.
Ai soggetti è stato poi chiesto di monitorare questi display per rilevare target specifici e, una volta individuati, di fare clic sul pulsante del mouse il più velocemente possibile. In verità i target erano rari (appena sei volte ogni 6 minuti) proprio per rendere il compito noioso e facilitare così la divagazione del pensiero.
Successivamente ai partecipanti è stato chiesto se avevano sperimentato pensieri estranei mentre monitoravano il monitor e, nel caso in cui questo fosse accaduto, di segnalare se questi pensieri riguardassero il passato o il futuro.
Sorprendentemente è stato constatato che la direzione del moto illusorio era in grado di modulare la direzione che la mente compie nei suoi viaggi nel tempo: i partecipanti che avevano osservato il display con movimento apparente all’indietro hanno riferito di aver sognato ad occhi aperti principalmente, o unicamente, ricordi del passato, mentre quelli che avevano osservato il display con il movimento apparente in avanti hanno riferito pensieri legati al futuro.
Se il movimento illusorio ha avuto un effetto così potente, è plausibile immaginare che il movimento reale del corpo nello spazio possa avere influenza ancora maggiore.
Tutto ciò suggerisce che la capacità mentale di “navigare immaginativamente nel tempo” è saldamente radicata in rappresentazioni fisiche dello spazio, e che il rapporto tra spazio e tempo mentale è reciproca e bi-direzionale.

Lo ricerca sul popolo Aymara è apparsa  su Cognitive Science qualche anno fa ed è stata condotta dalla professoressa di linguistica alla Berkeley Eve Sweetser e da Rafael Nunez, professore associato di scienze cognitive e direttore del Embodied Cognition Laboratory alla University of California di San Diego.
Il linguaggio degli Aymara era stato scoperto dagli occidentali già dai primi giorni della conquista spagnola. Un gesuita scriveva già nel 1600 che la lingua Aymara era particolarmente pregna di idee astratte e nel diciannovesimo secolo essa fu rinominata “linguaggio di Adamo”.
Più recentemente Umberto Eco ha lodato la sua capacità di produrre neologismi e ci sono stati anche dei tentativi di applicare la cosiddetta “logica andina”- che aggiunge una terza opzione al solito sistema binario di vero/falso e di si/no- alle applicazioni informatiche.
Per effettuare la ricerca Nunez ha raccolto 20 ore di conversazione con 30 adulti Aymara del nord del Cile. Fra i volontari erano compresi monolingua Aymara, monolingua spagnoli, e una buona parte di bilingue, le cui competenze linguistiche sono varie ed includono il creolo spagnolo/Aymara chiamato Andino Castellano. Le interviste, videoregistrate, sono state disegnate appositamente per includere discussioni naturali di eventi del passato e del futuro.
L’ipotesi del concetto reverso del tempo si fonda sia su evidenze linguistiche che gestuali.
La lingua aymara sceglie la parola “nayra” (occhio, fronte, lato) per indicare il passato e la parola “ghipa” (dietro, alle spalle) per indicare il futuro. Per esempio l’espressione “nayra mara” che significa “lo scorso anno” è letteralmente “l’anno di fronte”
Ma l’analisi linguistica non è sufficiente.
Anche in inglese si può usare la parola “ahead” per indicare un punto più vicino nel tempo. Dicendo: “We are at 20 minutes ahead of 1 p.m.” (Siamo 20 minuti davanti all’una) intendiamo “adesso sono le 12.40 p.m”. Basandosi solo su questa evidenza linguistica un linguista marziano potrebbe giustificatamene pensare che gli inglesi, come gli Aymara, pongono il passato di fronte a sé.
Ci sono in inglese (e in italiano) delle espressioni ambigue come “Wednesday’s meeting was moved forward two days.” (L’incontro di mercoledì è stato spostato di due giorni).
Significa che il nuovo incontro cadrà di lunedì o di venerdì? Metà degli inglesi a cui lo chiederete risponderà “lunedì”, e l’altra metà “venerdì”. E questo dipende da dove essi si immaginano nel moto relativo attraverso il tempo o se immaginano che sia il tempo stesso a muoversi. Entrambe queste idee sono perfettamente accettabili in inglese e in italiano e anche grammaticalmente corrette, come è illustrato dalle frasi “stiamo andando verso la fine dell’anno” contro “la fine dell’anno sta arrivando”.
E’ quindi soprattutto l’analisi della gestualità che conferma che gli Aymara hanno un concetto reverso del tempo: essi indicano lo spazio dietro di loro quando parlano del futuro, puntando il pollice o portando la mano dietro le loro spalle, e indicano lo spazio di fronte a loro quando parlano del passato, estendendo mani e braccia vicini al corpo per il presente e il passato recente, e facendo un’estensione in avanti molto maggiore per il passato remoto.
In altre parole essi usano gesti identici a quelli che ci sono familiari, ma esattamente nel senso opposto.
Perché questo accada non è chiaro. Una possibilità, secondo gli autori dello studio, potrebbe risiedere nel fatto che gli Aymara danno un grosso significato al fatto che un evento o un’ azione sia stata vista o no dal parlante. Una semplice affermazione come “Nel 1942 Colombo attraversò l’oceano” non è possibile in Aymara, la frase dovrebbe necessariamente specificare se il parlante abbia personalmente assistito a questo evento o se riporti qualcosa di detto da altri.
In una cultura che privilegia la distinzione fra visto/non visto e conosciuto/non conosciuto acquisisce forse un senso il posto del passato di fronte al soggetto, nel campo del visto, e lo sconosciuto e l’inconoscibile futuro dietro alle spalle.

Sebbene questa possa essere una spiegazione, e in linea con l’osservazione che spesso gli Aymara si rifiutano di parlare del futuro perché ritengono che su di esso si possa dire niente o molto poco di utile, non appare comunque sufficiente.

Ad ogni modo questa maniera di pensare al tempo sta scomparendo. I soggetti più giovani, che sono fluenti anche in spagnolo tendono a gesticolare in maniera “normale”, come se avessero riorientato il loro modo di pensare.
Non è lontano il giorno in cui, come il resto del globo, anche gli Aymara volteranno le spalle al loro passato e guarderanno avanti verso il futuro.
Peccato.
(Paper | Miles, L. K., et al (2010). The Meandering Mind: Vection and Mental Time Travel via Neurophilosophy Fonte | UCDS News via MindHacks)
Quello che teorizzò e quanto sostengono diversi scienziati è che quello che noi chiamiamo “TEMPO” in realtà è la misura del tempo mentre il tempo come soggetto non ha le propietà delle altre tre dimensioni. La cosa che noi chiamiamo tempo è nata un attimo prima del Bing Bang, quindi ha un inizio e probabilmente una fine. Cosa c’era prima del Bing Bang non lo sa nemmeno Stephen Hawking il più grande fisico di tutti i tempi.