Tristano ”o” Isotta

Richard Wagner rivoluzionario della musica, con “Tristano e Isotta” ha ispirato una nuova concezione dell’amore

6 Agosto 2017 di Paolo A. Paganini

Anna-Sophie Mahler è stata per otto anni a Bayreuth, prima, per due anni, come regista-assistente di Christoph Marthaler nell’allestimento del “Tristan und Isolde” (musica e libretto di Wagner, capolavoro del romanticismo tedesco), poi come unica responsabile della regia.

Alla fine della sua esperienza, la regista dichiarò che, nel tempo, tra fascino e repulsione, ha avvertito un crescente sentimento di ambiguità nel rapporto sia con la musica di Wagner sia con Bayreuth.

Con l’ultimo spettacolo, lasciò Bayreuth portandosi dietro molte domande senza risposta. Per esempio: la storia di “Tristan und Isolde” ha un altro significato al di là della mitologia dell’amore romantico? La concezione d’un simile amore ha ancora una sua attualità? Ci sono alternative diverse?

La creazione dello spettacolo “Tristan oder Isolde. Ein pastiche”, firmato come regista dalla Mahler (e, come ideatrice, insieme con Susanne Abelein, Rahel Hubacher e Kris Merken), è stata la risposta alle sue domande.

In prima italiana, alla Biennale Teatro, all’Arsenale, Teatro alle Tese, il suo “Tristan oder Isolde”, e non – attenzione – und Isolde, è stato un affascinante spettacolo di 80 minuti, con tutti i caratteri di durezza e di dolcezze, di puntiglioso rigore e di passione della letteratura teatrale tedesca. Il passaggio, nel titolo, da und a oder, cioè dalla congiunzione e all’opposizione o, spiega già una diversa impostazione filologica e una implicita risposta alle ambiguità, che già sullo stretto piano tecnico suscitano non poche perplessità, perché il dramma di Wagner (in parte scritto nella stessa Venezia) non è soltanto un capolavoro del romanticismo tedesco, ma anche un pilastro della musica moderna, da alcuni ritenuto incomprensibile, quasi al limite della dodecafonia.

Il bel testo, parte proprio da qua, da una spiegazione dei caratteri rivoluzionari di Wagner, da certi accordi che costituiscono “un grande mistero nella storia della musica”, con spiegazioni, che già di loro, manderanno in sollucchero tanti appassionati musicologi. Questa prima parte (che accompagna gli sviluppi drammaturgici anche successivi, parlando di problemi musicali e di scenografie) è prevalentemente tecnico musicale ed è affrontata dai quattro attori in un’atmosfera di salottiere disquisizioni, su diesis e doppie dominanti.

Ma un po’ per gradi, si entra nel merito della sostanza sentimentale, nel dedalo talvolta inestricabile dei sentimenti.

Soprattutto (il senso del nostro successivo testo in corsivo è desunto dal copione) i nostri quattro interlocutori si chiedono se sia possibile prendere quei sentimenti in prestito nel privato e trasportarli dall’opera alla vita. Una storia d’amore può portare all’annullamento dell’uomo e della donna per fondersi in un unico essere, non più uomo o donna ma semplicemente un tutt’uno? Quando ci si guarda per la prima volta negli occhi, in quel decimo di secondo, cosa può succedere? Tutto. Come in Tristano e Isotta, così nella realtà. La musica, poi, può avere l’effetto di una droga, di cui non riesci più a liberarti, e che ti segue ovunque, perfino nei tuoi sogni… Così in Wagner: non riesci più a sottrarti dai suoi effetti narcotici. E da qui nasce una storia come quella di Tristano e Isotta. Da lì si risveglia in ciascuno di noi il desiderio di annientare la parolina e che li separa per fondere insieme due anime completamente.
Ed ecco spiegato il cambio di quella congiunzione. O c’è il tutt’uno, o c’è l’uno di qua e l’altro di là. Insieme, invece, naufragare, affondare, inconsciamente, con supremo piacere…

Molti applausi alla fine. E molte risate durante lo spettacolo (e questo non l’abbiamo proprio capito).

Tristano o Isotta – Regia Anna-Sophie Mahler. Con Susanne Abelein, Bettina Grahs, Benjamin Brodbeck, Benny Hauser – Consulenza musicale e pianoforte Stefan Wirth.

Nostra Signora dei Turchi – Carmelo Bene

Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica.Al momento chiamiamola educazione.

Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai. Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla. San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.

I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decida di tagliarsi i piedi e si trascini verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa. Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono.

È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto. Tutto quanto è diverso, è Dio. Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu. Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti – ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.

Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perché senza intenzione, inetto. Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna. Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perché una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati – erano di pietra gli strati – li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio. Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sé. Hanno visto la Madonna. Santi. I cretini che non hanno visto la Madonna, hanno orrore di sé, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne – in convenevoli del quotidiano fatti preghiere – e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio.

L’ umiltà è conditio prima. I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili.
Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica. Al momento chiamiamola educazione.

da “Nostra Signora dei Turchi”