Vivere

Non ricordare il giorno trascorso
e non perderti in lacrime sul domani che viene:
su passato e futuro non far fondamento
vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita.»

Umar Khayyām

Le Rubʿayyāt o Quartine (persiano: رباعیات عمر خیام; arabo: رباعیات) sono una raccolta di poesie composte nell’XI secolo dal matematico e poeta persiano ʿUmar Khayyām.

In silenzio – Rabindranath Tagore

In silenzio, sotto i piedi del tempo,
diventa polvere ciò che non si sveglia
e resta fermo sulla strada.
Il fiume che si stanca cercando il mare
si perde nel fango a metà cammino;
la pallida fiamma della lampada,
in un angolo della stanza,
non si spegne alla fine della notte.
Nella notte la fiamma
che è viva nel cuore del camminatore
non si confonde nelle tenebre.

Quando mi comandi di cantare – Rabindranath Tagore

Quando mi comandi di cantare

il mio cuore 

sembra scoppiare d’orgoglio 

e fisso il tuo volto 

e le lacrime mi riempiono gli occhi. 

.
Tutto ciò che nella mia vita 

vi è di aspro e discorde 

si fonde in dolce armonia, 

e la mia adorazione stende l’ali 

come un uccello felice 

nel suo volo a traverso il mare. 

.
So che ti diletti del mio canto, 

che soltanto come cantore 

posso presentarmi al tuo cospetto. 

.
Con l’ala distesa del mio canto 

sfioro i tuoi piedi, che mai 

avrei pensato di poter sfiorare. 

.
Ebbro della felicità del mio canto 

dimentico me stesso 

e chiamo amico te 

che sei il mio signore. 

Ho fame della tua bocca – Pablo Neruda

  
Ho fame della tua bocca, della tua voce, del tuoi capelli

e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,

non mi sostiene il pane, l’alba mi sconvolge,

cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.

Sono affamato del tuo riso che scorre,

delle tue mani color di furioso granaio,

ho fame della pallida pietra delle tue unghie,

voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.

Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,

il naso sovrano dell’aitante volto,

voglio mangiare l’ombra fugace delle tue ciglia

e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,

cercandoti, cercando il tuo cuore caldo

come un puma nella solitudine di Quitratúe.

Pablo Neruda

Autunno – Pablo Neruda

  

Modesto è l’autunno, come i taglialegna.

Costa molto togliere tutte le foglie

da tutti gli alberi di tutti i paesi.

La primavera le cucì in volo

e ora bisogna lasciarle cadere

come se fossero uccelli gialli:

Non è facile.

Serve tempo.

Bisogna correre per le strade,

parlare lingue,

svedese, portoghese,

parlare la lingua rossa,

quella verde.

Bisogna sapere

tacere in tutte le lingue

e dappertutto, sempre,

lasciare cadere,

cadere,

lasciare cadere,

cadere le foglie.

Difficile è essere autunno,

facile essere primavera.

Accendere tutto quel che è nato

per essere acceso.

Spegnere il mondo, invece,

facendolo scivolare via

come se fosse un cerchio di cose gialle,

fino a fondere odori, luce, radici,

e a far salire il vino all’uva,

coniare con pazienza l’irregolare moneta

della cima dell’albero

e spargerla dopo

per disinteressate strade deserte,

è compito di mani virili.

Pablo Neruda – Autunno

Se tu non parli – Rabindranath Tagore

Se tu non parli

riempirò il mio cuore del tuo silenzio

E lo sopporterò.

Resterò qui fermo ad aspettare

Come la notte 

Nella sua veglia stellata

Con il capo chino a terra

Paziente.
Ma arriverà il mattino

Le ombre della notte svaniranno

E la tua voce

In rivoli dorati inonderà il cielo.

Allora le tue parole 

Nel canto

Prenderanno ali

Da tutti i miei nidi di uccelli

E le tue melodie

Spunteranno come fiori

Su tutti gli alberi della mia foresta.

Disincanto

Non mi manchi tu: mi manca un bacio.

Il gesto di una mano intenta a dire

le cose, le sue dita intirizzite, dritte.

Una voce sonora, che riempie

la stanza dov’è e quella accanto.

Una mano fresca sulla pancia,

qualcuno che mi afferri il grembo

e me lo tenga stretto.

Due labbra sulla tempia,

un fiato caldo sulla palpebra,

un ragno che corre

per la schiena, tra le scapole

e lungo la spina dorsale.

Paola Loreto

Soleil de nuit – Jacques Prévert – Le foglie morte –

Com’era più bella la vita e com’era più bruciante il sole

Eri la mia più dolce amica …

Ma non ho ormai che rimpianti

E la canzone che tu cantavi

la sentirò per sempre

È una canzone che ci somiglia 

Tu che mi amavi

e io ti amavo

E vivevamo, noi due, insieme

tu che mi amavi

io che ti amavo

Ma la vita separa chi si ama

piano piano 

senza nessun rumore 

e il mare cancella sulla sabbia 

I passi degli amanti divisi. 

        Jacques Prévert – Le foglie morte – Soleil de nuit

Où je vais, d’où je viens …- Dove vado, da dove vengo…-Jacques Prévert

Dove vado, da dove vengo,

Perché sono fradicia.

Beh, questo è chiaro.

Piove.

La pioggia, è pioggia.

Ci vado sotto, e poi,

E poi è tutto.

Lasciate perdere

Come faccio io.

È per piacer mio

Che io sguazzo nel fango.

La pioggia, mi fa ridere.

Rido di tutto e di tutto e di tutto

Se avete la lacrima facile

Tornate piuttosto a casa vostra,

Piangete piuttosto su di voi,

Ma lasciatemi,

Lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi.

Non voglio sentire il suono della vostra voce,

Lasciate perdere

Come faccio io.

Il solo uomo che amavo,

siete voi che l’avete ucciso,

bastonato, calpestato…

terminato.

Ho visto il suo sangue scorrere,

scorrere nel ruscello,

nel ruscello.

Lasciate perdere

Come faccio io.

L’uomo che amavo

è morto, la testa nel fango.

Quanto posso odiarvi,

odiarvi… è folle… è folle… è folle.

E voi vi intenerite su di me,

voi siete troppo buoni per me,

fin troppo troppo buoni, credetemi.

Voi siete buoni… buoni come il cane che caccia i topi è buono per il sorcio…

ma un giorno… verrà un giorno in cui il sorcio vi morderà…

Lasciate perdere,

uomini buoni… uomini dabbene.

Jacques Prévert

Ringraziamento da “Vista con granello di sabbia”

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.
La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.
Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

Wislawa Szymborska

La musica non salva dall’abisso 

180px-Osip_Mandelstam_Russian_writer
Sento una paura invincibile
in presenza dell’altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!
E, sembra, antico pedone,
che sopra l’abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l’eternità batte sulle ore di pietra.
Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.
In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall’abisso!

Osip Mandel’štam

Osip Emilyevich Mandelstam, (Varsavia 15 January 1891 – Russia 27 December 1938)  Nel 1938 fu arrestato; condannato ai lavori forzati, fu trasferito nell’estremità orientale della Siberia. Morì a fine dicembre nel gulag di Vtoraja rečka, un campo di transito presso Vladivostok, ufficialmente a causa di una non meglio specificata malattia. Il suo ricordo fu per lungo tempo conservato clandestinamente dalla moglie, che aveva imparato a memoria numerosi testi poetici del marito.

« Mia cara bambina, non c’è praticamente nessuna speranza che questa lettera ti arrivi. Prego Dio che tu capisca quello che sto per dirti: piccola, io non posso né voglio vivere senza di te, tu sei tutta la mia gioia, sei la mia tutta mia, per me è chiaro come la luce del giorno. Mi sei diventata così vicina che parlo tutto il tempo con te, ti chiamo, mi lamento con te. »

(da una lettera di Osip Ė. Mandel’štam a Nadežda Jakovlevna