Manifesto Einstein -Russel

Il Manifesto di Russell-Einstein è la dichiarazione presentata il 9 luglio 1955 (nel pieno della Guerra fredda) a Londra in occasione di una campagna per il disarmo nucleare e che aveva avuto come promotori Bertrand Russell ed Albert Einstein (morto nell’aprile dello stesso anno). Nel documento – controfirmato da altri 11 scienziati e intellettuali di primo piano – Einstein e Russell invitavano gli scienziati di tutto il mondo a riunirsi per discutere sui rischi per l’umanità prodotti dall’esistenza delle armi nucleari.

RISOLUZIONE

In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione stessa dell’esistenza dell’umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse tra loro.

Firmatari:

* Max Born

* Percy W. Bridgman

* Albert Einstein

* Leopold Infeld

* Frédéric Joliot-Curie

* Herman J. Muller

* Linus Pauling

* Cecil F. Powell

* Józef Rotblat

* Bertrand Russell

* Hideki Yukawa

Nella tragica situazione cui l’umanità si trova di fronte noi riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi in conferenza per accertare i pericoli determinati dallo sviluppo delle armi di distruzione in massa e per discutere una risoluzione nello spirito del progetto annesso. Parliamo in questa occasione non come membri di questa o quella Nazione, Continente o Fede, ma come esseri umani, membri della razza umana, la continuazione dell’esistenza della quale è ora in pericolo.
Il mondo è pieno di conflitti e, al di sopra di tutti i conflitti minori, c’è la lotta titanica tra il comunismo e l’anticomunismo. Quasi ognuno che abbia una coscienza politica ha preso fermamente posizione in una o più di tali questioni, ma noi vi chiediamo, se potete, di mettere in disparte tali sentimenti e di considerarvi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante e della quale nessuno di noi può desiderare la scomparsa.

Cercheremo di non dire nemmeno una parola che possa fare appello a un gruppo piuttosto che a un altro. Tutti ugualmente sono in pericolo e se questo pericolo è compreso vi è la speranza che possa essere collettivamente scongiurato. Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché non vi sono più altri passi; la domanda che dobbiamo rivolgerci è: “Quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare il cui esito sarebbe disastroso per tutte le parti?” L’opinione pubblica e anche molte persone in posizione autorevole  non si sono rese conto di quali sarebbero le conseguenze .
  Anche se tutta la popolazione di Londra, New York e Mosca venisse sterminata il mondo potrebbe nel giro di alcuni secoli riprendersi dal colpo; ma noi ora sappiamo, specialmente dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe nucleari possono gradatamente diffondere la distruzione su un’area molto più ampia di quanto non si supponesse. E’ stato dichiarato da fonte molto autorevole che ora è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima.

Una bomba all’idrogeno che esploda vicino al suolo o sott’acqua invia particelle radioattive negli strati superiori dell’aria. Queste particelle si abbassano gradatamente e raggiungono la superficie della terra sotto forma di una polvere o pioggia mortale. Nessuno sa quale ampiezza di diffusione possano
    raggiungere queste letali particelle radioattive, ma le maggiori autorità sono unanimi nel ritenere che una guerra con bombe all’idrogeno potrebbe molto probabilmente porre fine alla razza umana.
Si teme che, qualora venissero impiegate molte bombe all’idrogeno, vi sarebbe una morte universale, immediata solo per una minoranza mentre per la maggioranza sarebbe riservata una lenta tortura di malattie e disintegrazione.Molti ammonimenti sono stati formulati da personalità eminenti della scienza e da autorità della strategia militare. Nessuno di essi dirà che i peggiori risultati sono certi: ciò che essi dicono è  che questi risultati sono possibili e che nessuno può essere sicuro che essi non si verificheranno. Non abbiamo ancora constatato che le vedute degli esperti in materia dipendano in qualsiasi modo dalle loro opinioni politiche e dai loro pregiudizi. Esse dipendono solo, per quanto hanno rivelato le nostre ricerche, dall’estensione delle conoscenze particolari del singolo. Abbiamo riscontrato che coloro che più sanno sono i più pessimisti. Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?

E’ arduo affrontare questa alternativa poiché è così difficile abolire la guerra. L’abolizione della guerra chiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale, ma ciò che forse più che ogni altro elemento ostacola la comprensione della situazione è il fatto che il termine “umanità” appare vago ed astratto, gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli e loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità.

E’ difficile far sì che gli uomini si rendano conto che sono loro individualmente ed i loro cari in pericolo imminente di una tragica fine.

E così sperano che forse si possa consentire che  le guerre continuino purché siano vietate le armi moderne. Questa speranza è illusoria.

Per quanto possano essere raggiunti accordi in tempo di pace per non usare le bombe all’idrogeno, questi accordi non saranno più considerati vincolanti in tempo di guerra ed entrambe le parti si dedicheranno a fabbricare bombe all’idrogeno non appena scoppiata una guerra, perché se una delle parti fabbricasse le bombe e l’altra no, la parte che le ha fabbricate risulterebbe inevitabilmente vittoriosa.

Sebbene un accordo per la rinuncia delle armi nucleari nel quadro di una riduzione generale degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, essa servirebbe ad alcuni importanti  scopi.

In primo luogo ogni accordo fra Est e Ovest è vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo l’abolizione delle armi termonucleari se ognuna delle parti fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso del tipo di Pearl Harbour che attualmente tiene entrambe le parti in uno stato di apprensione nervosa.
Saluteremo perciò con soddisfazione un tale accordo, anche se solo come un primo passo. La maggior parte di noi non è di sentimenti neutrali, ma come esseri umani dobbiamo ricordare che perché le questioni fra Est e Ovest siano decise in modo da dare qualche soddisfazione a qualcuno, comunista o anticomunista, asiatico, europeo o americano, bianco o nero, tali questioni non devono essere decise con la guerra.
Desideriamo che ciò sia ben compreso sia in oriente che in occidente. Se vogliamo possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie?
Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale 

Insabbiare Hiroshima
Come l’uomo del Ministero della Guerra al Times ha vinto il Pulitzer
Amy Goodman, David Goodman 

I governi mentono.

— I. F. Stone, giornalista

All’alba dell’era nucleare, un giornalista australiano indipendente, di nome Wilfred Burchett, andò in Giappone per riferire sulle conseguenze del bombardamento atomico su Hiroshima. L’unico problema era che il Generale Douglas MacArthur aveva dichiarato inaccessibile il Giappone meridionale, bloccando la stampa. Più di 200.000 persone morirono nei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, ma nessun giornalista occidentale aveva osservato le conseguenze e raccontato la storia. I media del mondo si accalcarono obbedienti sulla USS Missouri al largo della costa del Giappone, per documentare la resa dei Giapponesi.
Wilfred Burchett decise di tentare il colpo da solo. Era determinato a verificare direttamente cosa aveva fatto questa bomba nucleare, a capire cosa fosse questa nuova arma di cui tanto ci si vantava. Così salì su un treno e viaggiò per trenta ore fino alla città di Hiroshima, sfidando gli ordini del Generale MacArthur.

Burchett emerse dal treno per trovarsi in un mondo da incubo. La devastazione che gli era davanti era diversa da qualsiasi altra avesse visto durante la guerra. La città di Hiroshima, con una popolazione di 350.000 persone, era stata rasa al suolo. Palazzi a più piani erano ridotti a pilastri carbonizzati. Vide ombre di persone impresse sui muri e i marciapiedi. Vide persone la cui pelle gli si scioglieva addosso. All’ospedale, vide persone con la pelle viola, con emorragie, cancrena, febbre, e perdita rapida di capelli. Burchett fu tra i primi a vedere di persona e descrivere la sindrome da radiazioni. 

Il suo articolo cominciò: “A Hiroshima, trenta giorni dopo che la prima bomba atomica ha distrutto la città e scosso il mondo, la gente muore ancora, misteriosamente e in modo orribile, persone rimaste illese nel cataclisma; muoiono di quello che riesco solo a chiamare la peste atomica”.Egli continuò, battendo parole che fanno angoscia ancora oggi: “Hiroshima non sembra una città bombardata. Sembra come se un rullo compressore gli fosse passato sopra e ne avesse cancellato l’esistenza. Scrivo di questi fatti cercando più che posso di restare impassibile, nella speranza che essi possano servire da monito per il mondo”.L’articolo di Burchett, intitolato La peste atomica, fu pubblicato il 5 settembre 1945 sul London Daily Express. Esso fu causa di forti emozioni in tutto il mondo. La reazione composta di Burchett all’orrore sconvolse i lettori. “In questo primo luogo di prova per la bomba atomica ho visto la desolazione più terribile e spaventevole di questi quattro anni di guerra. Al confronto, un’isola bombardata nel Pacifico sembra un Eden. Il danno è molto più grande di quello mostrato in fotografia”.
“Quando arrivi a Hiroshima puoi guardarti intorno per venticinque, forse trenta miglia quadrate. Non si vedono quasi edifici. Dà un senso di vuoto allo stomaco vedere tutta questa distruzione causata dall’uomo”

Il reportage indipendente di Burchett, tagliente come era, fu un colpo duro per le pubbliche relazioni USA. Il Generale MacArthur aveva fatto l’impossibile per impedire ai giornalisti l’accesso alle città bombardate, e i suoi censori militari stavano depurando e perfino eliminando gli articoli che descrivevano l’orrore. Il racconto ufficiale sulle bombe atomiche minimizzava le perdite civili e smentiva categoricamente le testimonianze sugli effetti mortali e persistenti delle radiazioni. I giornalisti i cui articoli erano schierati con questa versione degli eventi si ritrovarono messi a tacere. George Weller, del Chicago Daily News, riuscì a entrare a Nagasaki e scrisse un pezzo di 25.000 parole sull’incubo che vi trovò. Poi commise un errore madornale: sottopose il suo pezzo all’esame dei censori militari. Il suo giornale non ricevette neanche il suo dossier. Weller riassunse in seguito la sua esperienza con i censori di MacArthur con le parole: “Hanno vinto loro”.Le autorità USA risposero alle rivelazioni di Burchett con una tattica consueta: attaccando il messaggero. Il Generale MacArthur ordinò che fosse espulso dal Giappone (ordine in seguito abrogato), e la sua macchian fotografica con le foto di Hiroshima sparì misteriosamente mentre si trovava all’ospedale. Gli ufficiali USA accusarono Burchett di essere influenzato dalla propaganda giapponese. Si fecero beffe del concetto di malattia atomica. Le forze armate USA emisero un comunicato stampa appena dopo il bombardamento di Hiroshima che minimizzava la perdita di vite umane, e metteva in evidenza che l’area bombardata era sede di preziosi obiettivi industriali e militari. Quattro giorni dopo che l’articolo di Burchett era finito sulle prime pagine di tutto il mondo, il Generale Leslie R. Groves, direttore del progetto della bomba atomica, invitò un gruppo ristretto di trenta giornalisti in New Mexico. Il più importante in questo gruppo era William L. Laurence, giornalista scientifico del New York Times, vincitore del premio Pulitzer. Groves portò i giornalisti sul luogo del primo test atomico. La sua intenzione era di dimostrare che non erano rimaste radiazioni atomiche sul sito. Groves aveva fiducia in Laurence, e si aspettava che portasse avanti la linea dei militari. Non restò deluso. L’articolo di Laurence in prima pagina, Il sito della bomba atomica in usa smentisce le favole di Tokio: i test in New Mexico confermano che è stato lo scoppio, e non le radiazioni, a uccidere, uscì il 12 settembre 1945, dopo tre giorni per passare la censura militare. “Questo luogo storico del New Mexico, teatro della prima esplosione atomica del mondo e culla di una nuova era della civiltà, ha fornito oggi la risposta più efficace alla propaganda giapponese che le radiazioni hanno causato decessi anche dopo il giorno dell’esplosione, 6 agosto, e che le persone che sono entrate ad Hiroshima hanno contratto malattie misteriose dovute a radioattività persistente”, cominciava l’articolo. Laurence disse senza mezzi termini che questa visita guidata dell’Esercito aveva lo scopo “di provare che queste affermazioni sono bugie”.Laurence citò il Generale Groves: “I Giapponesi affermano che le persone sono morte a causa delle radiazioni. Se questo è vero, i numeri sono molto bassi.”
Laurence continuò, offrendo un suo notevole editoriale sull’accaduto: “I Giapponesi continuano la loro propaganda, allo scopo di creare l’impressione che abbiamo vinto la guerra in modo sleale, e cercando così di attirare simpatie su di sè e ottenere condizioni più favorevoli […] Quindi, all’inizio, i Giapponesi hanno descritto ‘sintomi’ che suonano falsi”.

 Ma Laurence sapeva la verità. Aveva osservato il primo test atomico il 16 luglio 1945, e aveva taciuto quello che sapeva sulla ricaduta radioattiva per tutto il deserto sudoccidentale che aveva avvelenato i residenti e il loro bestiame. Stette zitto sui contatori Geiger che andavano al massimo tutto intorno al luogo del testWiliiam L. Laurence andò avanti a scrivere una serie di dieci articoli per il Times, che furono un tributo entusiasta per la genialità e gli obiettivi tecnici raggiunti dal programma nucleare. In questi ed altri suoi dossier, egli minimizzò e negò l’impatto dei bombardamenti sugli esseri umani. Laurence vinse il premio Pulitzer per i suoi articoli.Si è poi scoperto che William L. Laurence non percepiva solo un salario dal New York Times. Era anche a libro paga del Ministero della Guerra. Nel marzo 1945, il Generale Leslie Groves si era incontrato in segreto al New York Times con Laurence per offrirgli di scrivere comunicati stampa per il Progetto Manhattan, il programma USA per lo sviluppo di armi nucleari. L’intento, secondo il Times, era di “spiegare nel linguaggio delle persone qualunque la complicazione dei principi operativi della bomba atomica”. Laurence aiutò anche a scrivere affermazioni sulla bomba per il Presidente Truman e il Ministro della Guerra Henry Stimson.Laurence accettò ben volentieri l’offerta. “La sua curiosità scientifica e il suo zelo patriottico forse lo accecarono al punto di perdere di vista il fatto che egli stava compromettendo, allo stesso tempo, la sua indipendenza giornalistica”, scrisse il saggista Harold Evans in un suo libro sulla storia del giornalismo di guerra. Evans raccontò: “Dopo il bombardamento Evans, uomo geniale ma prepotente, continuamente soppresse o distorse informazioni sull’effetto delle radiazioni. Egli bollò le notizie di morti giapponesi come “voci infondate, o propaganda”. Anche Laurence si aggiunse al dibattito, dopo i dossier di Burchett, ripetendo a pappagallo la linea del governo”. In realtà, molti comunicati stampa emessi dalle forze armate dopo il bombardamento di Hiroshima, che in assenza di racconti di testimoni oculari venivani spesso riprodotti integralmente dai giornali USA, erano scritti proprio da Laurence.
“Mio è stato l’onore, unico nella storia del giornalismo, di preparare i comunicati stampa ufficiali del Ministero della Guerra da distribuire al mondo”, si vantò Laurence nelle sue memorie, Dawn over Zero.

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