Il pensiero discorsivo è distrazione

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da Dipinti di arcobaleno di Tulku Urgyen Rinpoche:

“Se perdiamo la presenza cominciamo a vagare nella ‘nera dissipazione’ delle ordinarie e abituali forme mentali. […] Dobbiamo accorgerci quando siamo distratti: il pensiero discorsivo è distrazione, ma, quando ne riconosciamo l’essenza, arriviamo alla condizione senza pensieri. […]

Nel momento in cui ci accorgiamo di distrarci, pensiamo: «Sto cominciando a divagare»; riconoscendo l’identità di chi si è distratto, automaticamente ritorniamo al punto di vista. Ricordare è come il momento in cui si preme l’interruttore, quando la luce è accesa non c’è bisogno di continuare a premere. Dopo un po’ di nuovo dimentichiamo e ci allontaniamo: a questo punto dobbiamo ricorrere di nuovo alla presenza deliberata.

[…] Anzitutto si applichi il metodo: quando si entra nello stato naturale [cioè lo stato di non distrazione] lo si lasci semplicemente continuare. Naturalmente, dopo un po’, l’attenzione comincia di nuovo a scomporsi e possiamo non accorgerci della distrazione, poiché è spesso molto sottile e arriva di soppiatto, come un ladro. Ma quando ce ne accorgiamo, dobbiamo far funzionare la presenza e rimanere in una condizione naturale. Questo stato naturale è la presenza senza sforzo.

È importante, a questo punto, un senso di naturale continuità e fluidità. Se si suona una campana, il suono si propaga per un po’ di tempo e il riconoscimento durerà un certo tempo. […] Quando riconoscete l’essenza della mente, lasciate che semplicemente sia, lasciatela com’è e il riconoscimento durerà per un po’. Questo si chiama ‘sostenere la continuità’. Non elaborare significa non abbandonare la continuità.

Il più grande ostacolo alla pratica è la distrazione. Proprio nel momento in cui si riconosce l’essenza della mente si vede che non c’è nulla da vedere. […] Quando la si riconosce, la si lasci semplicemente com’è, senza interferire o modificare: questo si chiama non elaborare. Quando perdiamo la continuità, siamo distratti, trascinati via dai pensieri. […] Perdere la continuità significa essere distratti, che a sua volta in pratica significa dimenticare. […] Proprio nel momento in cui dite: «Ho perduto il punto di vista [un altro modo per indicare la presenza], mi sono distratto», di nuovo riconoscete, e immediatamente contemplate la vacuità. A questo punto lasciate così com’è, senza ansia o paura, che sarebbero solo altri pensieri. Da dove è venuto il pensiero? Non è altro che espressione della consapevolezza. La consapevolezza è vacuità, la sua espressione è il pensiero.

[…] L’essenza è di per sé completamente libera dal pensiero concettuale, eppure, nello stesso tempo, la sua espressione è il pensiero concettuale. Non fissate la vostra attenzione sull’espressione: riconoscete, piuttosto, l’essenza. In questo modo l’espressione non ha il potere di sussistere, ma semplicemente crolla o si riassorbe nell’essenza.

[…] È molto importante […] che ricordarsi di riconoscere e il riconoscere siano simultanei, senza che tra i due momenti trascorra il benché minimo lasso di tempo. […] Proprio nell’istante in cui guardiamo vediamo che non c’è nulla da vedere, lo vediamo nell’istante stesso in cui guardiamo. Nel momento in cui vediamo, c’è libertà dai pensieri”

Abbiamo iniziato con la consapevolezza del respiro.

Successivamente un nuovo esercizio. Da seduti nella solita posizione: lasciamo che la mente segua il suo corso. Accorgiamoci semplicemente dei momenti di movimento (pensiero) e di stabilità (non pensiero). Non deve intervenire un giudizio del tipo: “Ora penso”, “Ora non penso”. Anche “Ora non penso” è un pensiero. Deve essere invece un puro accorgersi, un naturale prendere atto.

“Il pensiero discorsivo è distrazione” (Tulku Urgyen Rinpoche)

Tulku Rinpoche Urgyen è nato a Nangchen , in provincia di Kham , Tibet orientale, nel 1920. Ha iniziato la pratica della meditazione alla tenera età di quattro anni, quando ha frequentato gli insegnamenti del padre, Chime Dorje,

Anima

Antica piaga che mi rode l’ossa
al desiderio non concede posa.
Io per cammini scabrosi m’aggiro,
perché  alla quiete l’anima pervenga.

Rubo qualche piacere, e me lo annulla
la fantasia, appena lo possiedo.
Non riesce a prosperare il mio vivaio
che ho seminato in aspra terra ombrosa.

Il bene che offre il senno al sentimento
sa convincere amore con premura
a chiudermi le palpebre al tormento.

Conosco infatti che un lieve pensiero
originare può minor pazienza,
ed a volte rischiosa è l’allegrezza.

Sonetto ( LXV ) – Juan Boscán (Barcellona, 1492 – Perpignano, 1542)